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Lettori fissi

Magali

Magali
giovedì 7 marzo 2019
Ho letto questo libro
"Madonna col cappotto di pelliccia" di Sabahattin Ali, che forse non avrei mai letto se non facessi parte di un gruppo di lettura. Come sempre in ritardo, l'ho "consumato" in due giorni, in cui le parole sono scorse rapidamente e intensamente. Mi ha rapito la triste e mediocre figura di Raif  Effendi, traduttore dal tedesco al turco in una ditta di Ankara, deriso e sottostimato dai colleghi, non trattato con rispetto neanche dai propri familiari, finchè un giorno nell'azienda giunge un giovane impiegato che divide con lui l'ufficio che riesce a intravedere in quell'uomo "insulso", un guizzo, un'intelligente diversità. Inizia ad andarlo a trovare a casa, quando Raif è assente per malattia, e a intessere con lui un rapporto che attraverso semplici discorsi in apparenza superficiali, si trasforma in amicizia e arriva ad un punto di totale fiducia in cui Raif autorizza il collega a prelevare tutto ciò che è nel suo cassetto dell'ufficio. Tra le altre cose trova un taccuino che il proprietario vuole bruciare, ma il giovane collega gli promette di farlo il giorno successivo solo dopo averlo letto.
Lo "divora" nel corso di una notte e la lettura dei ricordi intensi di tre mesi di vita trascorsa a Berlino tantissimi di anni fa di Raif, lo rapiscono, come hanno rapito me.
Tre mesi in cui l'allora giovane turco si innamora di un dipinto, l'autoritratto di una donna, e poi, casualmente, riesce a conoscere la modella/autrice: Maria Puder. Il loro è un rapporto di amicizia, per volere di lei che mai potrebbe innamorarsi di un uomo, si basa sul dialogo, la comprensione, la dedizione. Lui giustifica i suoi comportamenti eccentrici, le sue convizioni comprendendo la dura infanzia che li ha determinati, la accudisce in modo amorevole durante la convalescenza, tra i due il legame è profondo, ma solo al termine del "taccuino" il lettore comprende che il rapporto è sfociato in un amore.
Nonostante il triste epilogo, pur avendo trovato questo libro struggente avrei voluto non finisse mai, Raif con la sua apparente mediocrità, il suo aprirsi solo alle pagine di un diario, per non perdere i ricordi, per dare un senso tangibile alla propria esistenza, per aggrapparsi a qualcosa di fisico che lo aiuti ad andare avanti nella sua squallida quotidianità, per avere consapevolezza di aver vissuto emozioni intense, mi ha veramente conquistato e toccato per la desueta delicatezza dei più alti sentimenti che rappresentano l'amore nella sua accezione più profonda, composto da emozioni, gesti, dialoghi, comprensione.
Non posso che consigliarlo a tutti e soprattutto a coloro che non temono la sofferenza e che anche da questa sanno trarre spunto per andare avanti. Bellissimo!
Come sempre vi lascio alcuni stralci (forse troppi) che mi hanno particolarmente colpito.
"Tra le persone che mi è capitato di incontrare nel corso della mia esistenza, ce n’è una che mi ha segnato più di ogni altra. Sono trascorsi mesi dagli eventi che mi accingo a raccontarvi, ma non riesco ancora a riprendermi. Appena resto da solo, rivedo il viso onesto di Raif Effendi e quel suo sguardo un po’ assente, ma sempre pronto a salutare con un sorriso chiunque incrociasse sul suo cammino. Eppure Raif Effendi non era una persona fuori del comune. Era un uomo mediocre, senza tratti distintivi – non era diverso dalle centinaia di tizi che incrociamo nel corso della giornata, ma che non notiamo nemmeno. Non c’era niente nella sua vita – sia pubblica, che privata – che suscitasse interesse. Era, in pratica, il tipo d’uomo che ci induce a chiederci: «Ma che campa a fare? Cosa ci trova in questa vita? Quale logica lo costringe a continuare a respirare? Quale sapienza lo sospinge passo dopo passo su questa terra?». Ma queste domande restano senza una risposta se non siamo capaci di guardare al di là delle apparenze – se ci dimentichiamo che dietro la facciata di ogni individuo c’è un altro mondo interiore, dove la mente è condannata a funzionare, volente o nolente. È facile concludere che la persona che ci sta di fronte ne è priva solo perché non lo lascia trasparire. Ma se almeno ci lasciassimo incuriosire da questo universo misterioso, allora sì potremmo imbatterci in tesori che mai ci aspetteremmo di rinvenire."

“Andai a sedermi alla mia postazione. Cominciai a osservare i graffi e le macchie sbiadite di inchiostro sul piano di lavoro. Volevo studiare il mio collega di nascosto, com’ero solito fare di fronte a un emerito sconosciuto, e con sguardi sfuggenti cercavo di farmi una prima – anche se sbagliata – impressione. Ma lui, mi accorsi, non aveva il mio stesso desiderio: aveva già riabbassato la testa sul tavolo e aveva ripreso a lavorare come se io non fossi lì.”

“Eppure non ne potevo già più di quell’essere noioso e insignificante che se ne stava lì, alla scrivania di fronte alla mia, inerte al punto da farmi dubitare che fosse vivo, intento solo a tradurre senza sosta – a meno che non stesse leggendo quel romanzo tedesco che teneva nascosto dentro il cassetto. Era troppo timido, pensavo, per avere l’ardire di esplorare la propria anima, figurarsi per esternarla.”

“Sapevo bene che le persone che si sentono incomprese e mal giudicate da coloro che le circondano con il tempo cominciano a trarre una sorta di orgoglio e di amaro piacere da questa solitudine, ma non avrei mai immaginato che potessero arrivare a vedere di buon occhio coloro che li denigravano.
In più occasioni mi ero reso conto che Raif Effendi non era ottuso di sentimenti. Al contrario, era una persona molto suscettibile, dall’aspetto gentile e attento ai dettagli. Anche se sembrava guardare solo avanti, al suo occhio non sfuggiva niente.”

“Le nostre conversazioni, fino a quel momento, erano state superficiali. Ma questo non mi meravigliava più. La sua esistenza vissuta in sordina, il suo atteggiamento tollerante nei confronti del prossimo, la sua visione ora compassionevole delle debolezze umane e ora divertita di fronte alla volgarità non bastavano a dimostrare la sua determinazione? Quando camminavamo fianco a fianco, non avvertivo forse con tutte le mie forze la sua umanità? Nel corso di quelle passeggiate compresi perché non fosse necessario parlare
affinché due persone si cercassero, si trovassero e si scrutassero dentro e perché certi poeti fossero costantemente alla ricerca di qualcuno, come loro, capace di contemplare le bellezze della natura in silenzio. E anche se non sapevo bene cosa stessi apprendendo da quell’uomo che mi camminava accanto senza fiatare e che lavorava di fronte a me senza aprire bocca, ero certo che avrei imparato molto di più di quanto mi avrebbero insegnato anni di lezioni con un altro.”

“Le persone riescono in qualche modo ad abituarsi a ciò che fino a qualche tempo prima ritenevano intollerabile. Anch’io sopravvivrò... Ma come? Guardo al futuro e tutto quello che vedo è una vita di crudeli tormenti! Ma troverò il modo di sopportare... Proprio come ho fatto fino a oggi...”

“Ancora oggi, dopo tanti anni, mi è impossibile descrivere ciò che provai in quel momento. Ricordo solo che ero pietrificato davanti al ritratto di una donna con il cappotto di pelliccia.
Gli altri visitatori mi spingevano a destra e manca, impazienti di vedere il resto della mostra, ma io non riuscivo a schiodarmi da lì.
Cosa c’era in quel dipinto? So già che le parole non basteranno a spiegarlo. L’unica cosa che posso dire è che quella donna aveva una strana espressione, un po’ selvaggia, un po’ altera, uno sguardo potente che non avevo mai notato in nessun’altra.”

“Adesso Maria Puder era la donna di cui non avrei più potuto fare a meno nella mia vita. All’inizio trovavo strano questo sentimento.
Come potevo tutt’a un tratto avere un bisogno fisico di una persona della cui esistenza fino ad allora ero stato completamente ignaro?
Ma non è sempre così? Di alcune cose non sappiamo di averne bisogno finché non le sperimentiamo.
E io avevo cominciato a pensare che se la mia vita fino ad allora era stata vuota e priva di uno scopo, era perché avevo bisogno di qualcuno. Quant’era assurdo e ingiustificato adesso quel mio perenne bisogno di rifuggire il prossimo e di astenermi dal palesare anche la minima parte di ciò che provavo.
Di tanto in tanto temevo che la tristezza che mi attanagliava, quel male di vivere, non fosse altro che il sintomo di un qualche malessere spirituale. Quando trascorrevo due ore con un libro e trovavo che fosse più piacevole e importante di alcuni anni di vita vissuta, riflettevo sull’inquietante vanità della vita e sprofondavo nella disperazione.
Ma da quando avevo visto quel dipinto, tutto era cambiato. Sentivo di aver vissuto di più nelle ultime settimane che in tutti gli anni della mia vita messi insieme.”

“Le persone possono conoscersi fino a un certo punto, possono costruirsi degli alibi, ma poi, un bel giorno, si rendono conto degli errori commessi e, in preda alla disperazione, lasciano tutto e scappano. Questo non accadrebbe, se solo la smettessero di credere nei sogni e si accontentassero di ciò che è raggiungibile. Se tutti accettassero l’ordine naturale delle cose, nessuno avrebbe più delusioni, o dovrebbe maledire il proprio destino. Meritiamo tutti di dolerci della nostra condizione, ma dobbiamo rivolgere la compassione solo a noi stessi. Quando compatiamo qualcuno affermiamo la nostra superiorità. Nessuno di noi ha diritto di ritenersi
superiore agli altri o di credere che gli altri siano più sfortunati. Andiamo adesso?”

“Quella notte compresi che ci si poteva legare a una persona più che alla vita stessa. E, sempre quella notte, mi resi conto di come sarebbe stata dura la mia vita senza di lei.”

“Mentre l’aiutavo a raggiungere il divano sorreggendola con un braccio, o le mettevo un maglione sulle spalle, sentivo una felicità immensa, che solo chi dedica la propria vita a qualcun altro conosce. Ci sedevamo davanti alla finestra, lo sguardo fisso fuori per ore, senza dire nulla. Solo di tanto in tanto ci guardavamo e sorridevamo. La sua malattia e la mia felicità ci avevano fatto tornare bambini entrambi. In poche settimane riuscì a rimettersi in forze. Quando il tempo migliorò, cominciammo a uscire all’aria aperta a passeggiare mezz’ora ogni giorno. Prima di uscire la preparavo con cura; quando si abbassava le veniva la tosse, per cui l’aiutavo anche a infilarsi le calze. Poi le mettevo il cappotto di pelliccia e l’aiutavo a scendere le scale, gradino dopo gradino!”

“Non potrei sfidare la sorte una seconda volta. I giorni che verranno saranno più cupi di
quelli andati. Vivrò come un automa: ogni sera andrò a fare la spesa, parlerò con persone di cui non mi importa niente e starò lì ad ascoltarle mentre mi raccontano qualcosa. Non potrà che essere questa la mia vita d’ora in poi. Ne sono convinto. Se non fosse capitato questo incontro fortuito, forse la mia vita non sarebbe stata diversa, ma almeno sarei rimasto all’oscuro di tutto. Tu mi hai insegnato che la vita può essere diversa e che anch’io ho un’anima. Non è colpa tua, se si è conclusa troppo presto... Ti sono grato per avermi dato la possibilità di sentirmi veramente vivo. Quei pochi mesi valgono una vita intera, non credi?”

“Non volevo andarmene senza aver dato un ultimo saluto a Raif Effendi. Ma dopo la notte che avevo
trascorso con lui, rivivendo i momenti più intensi della sua esistenza, non potevo sopportare l’idea di vederlo ridotto a un corpo senza vita e senza senso. Lasciai la casa. La morte di Raif Effendi non mi aveva toccato particolarmente. Dentro di me, più che averlo perso, avevo la sensazione di averlo ritrovato.
La sera prima mi aveva detto: «Non abbiamo avuto la possibilità di sederci a un tavolo a parlare». Ma io ora la pensavo diversamente. Nella notte appena trascorsa avevamo avuto ore e ore di lungo conversare!
Quella notte aveva lasciato questa vita ed era entrato nella mia. E lì sarebbe rimasto per sempre, vivo... molto più di chiunque altro avessi mai conosciuto.
Quando arrivai in ufficio, mi accomodai alla scrivania vacante di Raif Effendi. Misi il suo taccuino nero davanti a me e ricominciai a leggere dalla prima pagina.”

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