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Magali

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giovedì 26 luglio 2018
E oggi vi parlo di
difficile da definire: un libro di viaggi che si rivela un viaggio dentro se stessi. Visitare luoghi nuovi, scoprire usi, costumi, differenti angolazioni di vita. Il movimento connota l'esistenza ed è assolutamente il mio pensiero. Nel corso della lettura che è assolutamente scorrevole, ci sono tantissimi spunti di riflessione, da cui scaturiscono interrogativi a cui il lettore sagace dovrebbe cercare di dare delle risposte o meglio darsi delle risposte rispesto al mio proprio vivere.
Sono assolutamente convinta che oltre a ciò la lettura di questo libro debba portare al cambiamento, perchè il tempo non ci viene restituito, fugge inesorabile e non bisogna arrivare alla fine della corsa con le proprie tasche piene di rimpianti. Bisogna privarsi delle cose materiali e emotive che fungono da zavorra, iniziare il viaggio metaforico e materiale con il solo bagaglio a mano semi vuoto, lasciando spazio per nuovi ricordi, perchè solo questi hanno valore fondamentale nell'esistenza.
Troppo, bisogna toglierlo dalla nostra vita: oggetti, elucubrazioni mentali, le zavorre che ci creiamo, il troppo ci impedisce di affrontare la nostra esistenza. Termino i miei pensieri con le parole dell'autore: "E poi, quando finisce, arriva qualcuno a dirti: ti sia lieve la terra. Fallo tacere. Ti sia lieve la vita.
Per attraversarla, ho un unico insegnamento. Credetemi: solo bagaglio a mano."

Come d'abitudine alcune, delle tante righe, che mi hanno colpito:
Sono passati venti secondi, appare la scritta Life is short, la vita è breve. Ko Min-su mi guarda e dice: “Non sai mai quando accadrà. Nel tuo caso finisce ora, pensi di essere pronto? Di aver usato al meglio il tempo che ti è stato concesso?”. Sono domande retoriche. Nessunomai ha risposto sì. Non uno su cinquantamila e uno.

Poi un giorno, nel Sud del Libano, davanti alla porta di una casa in un villaggio colpito dai bombardamenti israeliani (è l’estate del 2006) c’è una donna anziana, in lacrime. Si potrebbe pensare che sia devastata da un lutto, da una perdita irreparabile: che sia la madre di un combattente Hezbollah caduto nella guerra, un “martire”, come lo chiamano con fierezza. Invece, rivela, il suo dolore ha una ragione opposta: non ha potuto dare niente alla causa, nessun figlio, sono tutti vivi, non ha offerto sacrifici. Non ha un martire in casa. Averne uno è motivo di orgoglio: la sua foto viene esposta all’esterno, è oggetto di reverenza per vicini e passanti. Innalza lo status familiare (e le rendite, poiché Hezbollah sovvenziona i superstiti). Quel che per qualsiasi madre occidentale è fonte di disperazione, per questa donna o altre nelle sue condizioni lo è di soddisfazione, benché mista.
La vita stessa è un fatto relativo, dipende dalle aspettative che può darti. Se nasci in un campo per profughi palestinesi i tuoi genitori non si aspettano che tu diventi un professionista di successo, né il vincitore di un talent show. Non potendo essere orgogliosi della tua vita, possono però esserlo della tua morte. “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita,” diceva paradossalmente Osama bin Laden. Oppure: ameremo la tua morte più della tua stessa vita.

Che l’esistenza sia unica non è un limite, ma la sua bellezza. Nel viaggio, eliminare dal bagaglio la “vita di scorta” è un’operazione necessaria e sacrosanta. Non ci sono due vite e una morte: i conti si pareggiano.

Il bagaglio ideale è leggero, perché serve a contenere il maggior numero possibile di indumenti, cosmetici, farmaci, libri, apparecchi elettronici, regali, emozioni, progetti, memorie. Non conta com’è quando è chiuso, conta com’è quando lo apri. Vale per la casa che sceglierai. Per la persona con cui passerai gli anni a venire.
Conta che sia agevole andarci in giro. Abbia manici e rotelle che non si spaccano alla prima trasferta. Sia maneggevole e veloce. Conta che niente e nessuno ti ancori. Perché accettare situazioni o rapporti che ti chiedono (o impongono) di essere ciò che non sei? Sii un bersaglio mobile, ricordi? Di un oggetto di valore, facile da reimmettere sul mercato (sia una casa o un’opera d’arte), si dice: è un assegno circolare. Circolare, muoversi, scambiare, cambiare. Ne hai diritto. Oggi sei questo, sei qui. Domani potresti voler provare a essere altro e altrove. Portando con te chi conta e quel che conta. O facendoti portare da loro, giacché tu per primo non devi essere una zavorra. Quindi controlla di che materiale sei fatto, quanto ingombri, se hai troppe pretese, debiti, aspettative, problemi irrisolti.
E quando il bagaglio ha esaurito la sua funzione, è importante che possa ridursi, ripiegarsi, occupare meno spazio possibile. Tutti abbiamo il momento, poi conta che sappiamo tornare nell’ombra senza reclamare quel che non è necessario, che sappiamo appartarci concedendo agli altri di stare con se stessi. Conta sapersi porre, ma anche sapersi riporre.

Tutto è dentro di noi, da qualche parte, non chiuso ma riparato da una cerniera. E qualche volta è bene che stia lì, nel suo scomparto, pronto all’uso, da estrarre quando servirà. L’esibizione di beni, risultati, talenti non è soltanto stucchevole, è anche controproducente. La luce li opacizza, l’invidia li sfregia, il tempo li logora. Proteggerli in apposite custodie è un riguardo, di più: una forma di saggezza.

Racconto questa storia perché insegna che perdere è avere un’occasione. Invece si ha paura di perdere e/o di perdersi. A tutte le latitudini “smarrire”, “smarrirsi” sono verbi vietati.

C’è una cosa che lui dice e che mi fa venire i brividi. Dice: Non penso mai alle cose che non posso più fare, penso a tutte quelle che posso ancora fare.

C’erano le cose che facevo prima e ci sono quelle che ho fatto, che faccio e farò dopo. È un altro modo di stare al mondo: non ho perso niente.

“Tutti dicono sempre di voler creare un futuro migliore, ma non è vero. Il futuro è un vuoto insignificante che non interessa nessuno. È il passato a essere pieno di vita, a essere capace di irritarci, provocarci, offenderci, a farci venire la tentazione di cancellarlo o modificarlo. La sola ragione per cui si vuole governare il futuro è avere la possibilità di governare il passato. Si combatte per avere l’accesso ai laboratori dove vengono ritoccate le fotografie e riscritte le biografie e la storia stessa”.

Non ho mai particolarmente amato Sting come cantante, ma l’ho adorato quando ha detto:“Ai miei figli non lascerò un centesimo: devono contare sui loro meriti e non sui miei soldi, e lo sanno”. I figli di Sting sono un nuovo prototipo a cui ispirarsi.
Il loro antenato è l’attore Roberto Benigni quando, premiato all’Oscar, disse: “Ringrazio i miei genitori per avermi fatto il dono della miseria”. Pochi capirono, ma era il riconoscimento di un atto d’amore: non dare possessi, ma affetto, stimoli, fiducia. Libertà.

È bastato a dirmi: Se hai avuto abbastanza, prenditi la vita e portala a spasso, per mano, con tutto l’amore che resta. L’ho fatto perché potevo. Ci avrei provato anche se non avessi potuto.



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