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Magali

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lunedì 7 gennaio 2019
Vi parlo di questo libro
"Da qualche parte verso la fine" di Diana Athill, diventata scrittrice in tarda età, parla della fine, si proprio della partenza per l'ultimo viaggio e, soprattutto, della vecchiaia.
Inutile indorare la pillola, se si diventa anziani, bisogna accettare i mutamenti del nostro corpo che sono sgradevoli e inaspettati.
Non vi nascondo che all'inizio del libro ho stentato ad andare avanti, mi sono pure addormentata, ma sono ho proseguito ostinatamente e le pagine hanno iniziato a scorrere più leggere, anche se, nel complesso non mi ha entusiasmato, pur essendoci buoni spunti l'ho trovato un po' noioso. La visione globale e il modo di affrontare questa parte della propria esistenza hanno risvolti positivi, ma la narrazione non mi ha convinto del tutto.
Inutile sdrammatizzare e utilizzare frasi fatte del tipo "l'importante è lo spirito", si è importantissimo come lo sottolinea Diana, ma poter contare su un corpo, anche se dolorante, che ti sostiente lo è ancora di più.
La scrittrice è nata nel 1917 ed è ancora vivente, il libro è fastellato da molti ricordi. E' una scrittura senza fronzoli, certo l'argomento non è allegro,  non sono entrata molto in sintonia con lo stile della scrittrice, ho faticato a superare le prime cinquanta pagine e mi sono imposta di andare avanti, ma non sono riuscita a entrare in sintonia con lo stile della scrittrice.
Nonostante ciò, sono riuscita a estrapolare alcuni stralci che mi hanno colpito:
“Vicino al parco su cui si affaccia la mia camera da letto è venuta ad abitare una famiglia con cinque o sei carlini, cagnetti vivaci che non mostrano alcun segno della pinguedine tipica di questa razza. Li ho visti di recente durante la loro passeggiata mattutina e ho sentito una stretta al cuore. Ho sempre desiderato un carlino e ora non posso averlo, perché è ingiusto comprare un cucciolo quando sai di essere troppo vecchia per portarlo fuori a passeggio.”

Dopo la Seconda guerra mondiale, tuttavia, per reazione all’austerità imposta dal conflitto, si andò verso una flessibilità di gran lunga maggiore. Per un certo periodo la rivista «Vogue» tenne una rubrica chiamata «Mrs Exeter», per convincere le donne più attempate a indossare abiti eleganti, e questo incoraggiamento
divenne presto superfluo, tanto le donne erano contente di scegliere vestiti che si adattassero alle loro forme e al loro incarnato, piuttosto che uniformarsi a una convenzione. Oggi una donna anziana sarebbe indiscutibilmente stupida a vestirsi da ragazzina, ma la libertà di scelta di cui posso disporre io era impensabile per le mie nonne. Qualche volta sono andata a fare spesa al supermercato sotto casa vestita in modo un po’ eccentrico, chiedendomi se avrei suscitato sguardi di disapprovazione, ma ho capito che probabilmente potrei sperare di attirare l’attenzione altrui solo indossando un bikini.

Ebbene sı̀: ci sono cose, tra cui le infedeltà sessuali, che non fanno male se restano sconosciute, o al massimo sono conosciute e accettate. Quale sia l’alternativa preferibile dipende dai singoli individui e dalle circostanze in cui si trovano.
Se fossi costretta a scegliere tra la convinzione estremista che una moglie infedele, a meno che non paghi con la sua stessa vita, può disonorare un’intera famiglia, e l’atteggiamento spesso attribuito ai francesi per cui l’infedeltà sessuale, benché tutt’altro che ammirevole, è assolutamente accettabile se ben gestita, non avrei alcun dubbio: vive la France!

Ciò che più mi affascinava di Sam era il fatto che mi volesse: essere desiderata con passione in un momento in cui non pensavo più che potesse accadere, mi risollevò il morale e mi riportò in vita — un regalo non da poco.

Il comportamento giusto, per me, è quello che mi è stato insegnato dalla mia famiglia cristiana: fa’ al prossimo quello che vorresti fosse fatto a te, porgi l’altra guancia, schierati sempre dalla parte del più debole, sii amorevole con i bambini, non lasciarti ossessionare dal possesso delle cose materiali. Ho abbracciato una grossa fetta degli insegnamenti di Cristo, in parte perché mi sono stati impartiti nell’infanzia da persone che amavo, e un po’ perché continuano ad avere un senso, e più la gente cerca di seguirli e più mi piace (non che ci riescano, né ci siano mai riusciti del tutto, e neanche io se è per questo).

Dopo tutto sapevo di poterla aiutare a superare le vertigini, e anche supponendo che si trattasse di un infarto e che mia madre morisse, sapevo che questo evento inevitabile e neanche più tanto remoto, sarebbe stata la giusta conclusione di una vita lunga e buona, non certo una tragedia. Eppure il modo in cui, settimana dopo settimana, la vedevo diventare più vecchia, più indifesa e più spossata da quelle tremende vertigini — il fatto cioè che la morte fosse, per cosı̀ dire, nella sua sof􀏐itta, in attesa di scendere e farle qualcosa di crudele e mortalmente doloroso — mi spaventava.

«Non ho paura della morte.» Cosı̀ diceva mia madre, e a giudicare dalla calma con cui discuteva del «dopo», dimostrava di essere davvero meno spaventata di tanti altri. Penso di poter dire che anche per me vale lo stesso, anche se il seguito di questa dichiarazione è ormai diventato quasi un cliché: «E’ di come morirò, che ho paura». Quando la morte è realmente all’orizzonte, queste parole diventano spaventosamente vere. Mia madre non aveva paura di essere morta, ma quando un attacco di angina le impedı̀ di respirare ne fu davvero molto spaventata. Non avevo paura del fatto che morisse, ma ero terrorizzata da come sarebbe successo.

Ha risposto sognante — le sue ultime parole prima di riabbandonarsi al sonno da cui non si è svegliata: «È stato assolutamente divino».

Mio fratello, che è morto lo scorso anno, è stato meno fortunato, ma non perché abbia sofferto a lungo di una penosa malattia o perché avesse paura della morte. Il suo problema era che la morte lo infastidiva perché amava la sua vita con tutto il cuore. Aveva ottantacinque anni. Sapeva che la morte era vicina, perché dopo aver caparbiamente ri􀏐iutato di ascoltare i vari campanelli d’allarme della vecchiaia, peraltro ovvi alla sua povera moglie preoccupata e ad altre persone, alla fine aveva dovuto ammettere di aver perso l’appetito e di sentire un
gran freddo. Eppure bramava ancora di uscire ad armeggiare con le sue barche: viveva sulla costa del Norfolk, in un posto che adorava, e dover abbandonare quel luogo e le sue passioni gli sembrava il peggior destino possibile.

La cosa buona non è solo l’affetto che i giovani riescono a ispirare o il fatto che abbiano vite interessanti. La loro semplice presenza è un utile antidoto a una inclinazione fastidiosa e spiacevole nella vita di una persona anziana. Tendiamo a convincerci che tutto peggiori semplicemente perché cosı̀ succede entro i confini del nostro mondo. Un po’ alla volta diventiamo meno capaci di fare cose che ci piacerebbe fare, sentiamo di meno, vediamo di meno, mangiamo di meno, soffriamo di più, i nostri amici muoiono, sappiamo che anche noi faremo presto la stessa fine… Non c’è da sorprendersi, forse, se scivoliamo in un facile pessimismo generalizzato nei confronti della vita, ma è un’attitudine molto noiosa e rende gli ultimi, tristi anni di una vita ancora più tristi. Se invece intorno al nostro mondo ci sono persone appena agli inizi, persone per cui gli anni a venire sono ancora lunghi e pieni di chissà cosa, questo ci rammenta — anzi, ci permette di sentire ancora — che non siamo semplici puntini alla 􀏐ine di esili linee nere proiettate verso il nulla, bensı̀ facciamo parte dell’ampio e variegato fiume che pullula di inizi, maturazioni, decadimenti e nuovi inizi — ne siamo ancora parte integrante, e lo sarà anche la nostra morte, così come lo è la giovinezza di questi ragazzi. E allora, finché abbiamo la forza e la capacità di capirlo, non perdiamo tempo a piangerci addosso.
Se poi si è fortunati come me, e ogni tanto si entra in stretto contatto con dei giovani, loro possono talvolta aiutarci a rafforzare la fede in quest’idea se — come del resto accade sempre quando ci si trova di fronte a un altro individuo — funzionano da specchio.
Veniamo sempre riflessi negli occhi degli altri. Siamo stolti o saggi, stupidi o intelligenti, buoni o cattivi, scialbi o affascinanti…? Non smettiamo mai di essere almeno in parte consapevoli di queste domande, spesso anzi facciamo di tutto per cercare le risposte, e ciò che scopriamo può esaltarci o avvilirci, in casi estremi addirittura salvarci o distruggerci. E cosı̀ non c’è benedizione più grande di quando sei vecchio e un adorato giovane ti guarda come se pensasse (benché erroneamente!) che sei buono e saggio. Non che una tale, fugace visione di te stesso possa convertirti per sempre alla bontà e alla saggezza; la cosa assomiglia di più a una bella seduta di riflessologia che, pur non curando niente, per qualche ora riesce lo stesso a farti sentire una persona migliore e, anche se il risultato dura cosı̀ poco, è un’esperienza che vale sempre la pena fare.

Pensare che la nostra esistenza non abbia senso, una convinzione che certe persone
religiose attribuiscono agli atei, sarebbe dunque assurdo: dovremmo invece ricordare che ogni esistenza apporta il proprio contributo, quasi invisibile ma concreto, verso il bene o il male, ed è per questo che andrebbe condotta nel modo più giusto. E dunque una singola vita è abbastanza interessante da meritare di essere analizzata, e siccome la mia è l’unica che conosca davvero (come diceva sempre Jean Rhys, confrontandosi con la stessa preoccupazione), se la si deve passare al microscopio bisogna farlo nel modo più onesto possibile, pur con tutti
gli inevitabili limiti dell’esaminatore. Fare altrimenti sarebbe inutile — senza contare poi che il risultato sarebbe una lettura molto noiosa, come dimostrano tante autobiografie di celebrità di vario genere.


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